Scenari medioevali

...amantata non son como vorria di gran vertute né di placimento; ma, qual ch'i' sia, aggio buono volere di senire con buona cortesia a ciascun ch'ama sanza fallimento: ché d'Amor sono e vogliolo ubidire..."

tempus fugit
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mercoledì, 21 settembre 2005



 

«Becchina mia!». «Cecco, nol ti confesso».
«Ed i' son tu'». «E cotesto disdico».
«I' sarò altru'». «I' non vi do un fico».
«Torto mi fai». «E tu mi manda 'l messo».
«Sì, maccherell'». «Ell'avrà 'l capo fesso».
«Chi gliele fenderàe?». «Io, ti dico».
«Se' così niffa?». «Sì, contr'al nimico».
«Non tocc'a me». «Anzi, pur tu se' desso».
«E tu t'ascondi». «E tu va' col malanno».
«Tu non vorresti». «Perché non vorria?».
«Ché se' pietosa». «Non di te, uguanno!».
«Se foss'un altro?». «Caverêl d'affanno».
«Mal ti conobbi!». «Or non di' tu bugia!».
«Non me ne poss'atar!». «Abbieti 'l danno!».

Cecco Angiolieri, Rime


Medioevalia | settembre 21, 2005 14:06 | commenti (8) | link


lunedì, 19 settembre 2005



                                

La passione, l’amore e il profondo piacere che un medievalista mette nei suoi studi si esplica e trova la sua piena soddisfazione quando ,dopo  secoli e secoli di ininterrotta tradizione, nella nostra  moderna epoca buia, arida, accecata dalla logica dello scientismo e del dimostrabile nonché dalle lotte per il potere, a Napoli ancora si consuma una delle più suggestive eredità del Medioevo.

 

Il leggendario vescovo Publius Faustus Ianuarius, secondo quanto viene tramandato oralmente e mai da fonte, nasce da una famiglia romana. Ogni qual volta la madre napoletana Teonoria Amato, ancora incinta, si recava in chiesa, il fanciullo sussultava nel ventre. Ancora infante ogni Venerdì rifiutava il latte materno (chissà magari la chiesa ha preso l’idea da lui vietando la carne) e a nove mesi già distribuiva l’elemosina. Una volta adulto, divenuto vescovo, Gennaro aiutava i cristiani perseguitati, i poveri e i fanciulli sfortunati della provincia di Benevento. Nel 305 l’impavido vescovo fece visita all’amico Sossio recandosi a Miseno, dove trovò la morte per mano del proconsole romano Dracone . A questo punto la tradizione si confonde e cominciano i vari racconti sul martirio, c’è infatti chi dice che sia stato gettato in una fornace presso Cimitile (stupenda necropoli paleocristiana e luogo di sepoltura del futuro San Felice) e ne sia uscito illeso e chi afferma che fu scorticato, bollito o tagliuzzato, ma Cristo era con lui. Da Cimitile fu portato a Pozzuoli, dove , gettato tra le belve dell’anfiteatro, riuscì a calmarle con un semplice segno della croce; infine si decise per la decapitazione. Nella solfatara , su di una pietra in futuro diventata sacra, Gennaro viene decapitato alle ore 12-00 del 19 Settembre dell’anno 305. Una pia donna ,la notte seguente, raccolse del sangue colante dal corpo del santo e lo conservò in due ampolle di vetro.

Da allora le varie traslazioni del corpo ci fanno perdere le tracce delle ampolle che mille anni dopo appariranno miracolosamente. E’ il 1389 e per la prima volta “il sangue si scioglie”. Sulla pietra su cui gli venne mozzata la testa da allora appaiono, nei giorni appena precedenti al martirio, della macchie di colore rosso vivo.

 

Il medievalista attende il 19 Settembre perché finalmente può rivivere l’adorazione ( mi scusino i teologi se non dico venerazione) delle false reliquie, attrattive, nei secoli medievali ma certamente anche contemporanei, per i  più ferventi cristiani. Il chiodo della croce di Cristo, l’unghia della Madonna, la piuma dell’arcangelo, il dito di San Tommaso, e il sangue di San Gennaro …

 


Medioevalia | settembre 19, 2005 12:37 | commenti (2) | link


martedì, 13 settembre 2005



 

Ov'è il meo core assiso e 'n pena miso,sì che mai non posa s'eo non ritorno al loco,là ove in sollazzo e 'n gioco dimorava.

Nel corso del faticoso itinerario greco, quanto di più medioevale i miei occhi han visto è stato l’antico insediamento di Mystràs.  In vero sarei giunta anche sulle celebri “Meteore”, monasteri medievali, ma la penna non mi ingiunge di parlarne se non per qualche interessante affresco bizantino.

 

 Paesino inerpicato sul monte Taygetos, a pochi chilometri da Sparta, Mystràs  è totalmente disabitato, immerso in una folta vegetazione di pini. Di epoca romana è il nucleo originario che verrà poi ampliato nel 1249 con la costruzione di una rocca da parte di Guillaume de Villeharduin, un crociato francese, grazie al quale la città diventa capitale del Peloponneso. Solo dopo l’insediamento della rocca l’abitato si espande e circonda il monte, di modo che ai nostri occhi oggi la città appare divisa in due tra parte alta e parte bassa. Fortemente suggestive le chiese bizantine inghiottite dalle fronde e le mura  che dipartono dalla rocca e ridiscendono come raggi.

Ultimo baluardo dell’impero bizantino,Mystràs cadrà nel XV secolo con l’arrivo dei Turchi.

 

                                     

Deprimente il dover pagare il biglietto per entrare nell'antica città

                                           


Medioevalia | settembre 13, 2005 22:16 | commenti (2) | link