domenica, 27 febbraio 2005
In tempi in cui la cattochiesa è nelle mani di chi di religiosità non sa nulla , consiglio di ritornare alle origini.

Troppo perde el tempo chi non t'ama,
dolce amor Iesù, sopra ogni amore.
Amore, chi t'ama non sta ozioso,
tanto li par dolce de te gustare,
ma tutta ora vive desideroso,
como te possa stretto più amare;
ché tanto sta per te lo cor gioioso,
chi nol sentisse, nol porrìa parlare
quanto è dolce a gustare lo tuo sapore.
Sapor che non si trova simiglianza,
oh lasso, ché 'l mio cor poco t'assagia!
Nulla altra cosa a me è consolanza,
se tutto el mondo avesse e te non aggia;
o dolce amor Iesù, in cui ho speranza,
tu regge lo mio cor che da te non caggia,
ma sempre più strenga lo tuo amore.
Amor che tolli forza ed onne amaro,
ed onne cosa muti in tua dolcezza,
e questo sanno i santi che 'l provãro,
che fecero dolce morte in amarezza;
ma confortolli il dolce lattuaro
de te, Iesù, che vensero onne asprezza,
tanto fusti suave nei lor core!
Iacopone da Todi, codice 91 di cortona
Per i più curiosi : l'immagine è la bellissima icona del santuario della Madonna nera di Montevergine (AV), di autore anonimo, gli storici dell'arte medievale sono tutt'ora in disaccordo sulla datazione della pala. In ogni caso buona parte pensa risalga al XIII secolo.
venerdì, 25 febbraio 2005
Un film di Pupi Avati. Regista famoso più per i soliti filmetti che per altro, con questo ha voluto immergersi in un ambito storico, esattamente nel X secolo, attraverso le storie del signore di Malfole in punto di morte, di un'oblata offerta in dono a un monastero per avere in cambio concessioni, di un boia e i suoi insegnamenti, di una concubina che non riesce a partorire il desiderato maschio al re, e di due sposi. Film raffinato, fedele alle atmosfere dell'anno mille si distingue per i silenzi. Il silenzio e la morte. Suggestiva la scena in cui la bambina destinata al monastero, dovrà portare con sè solo una cassa di legno, la sua futura bara. Solenne il rito dello ius primae noctis, dove il nuovo signore di Malfole esige il suo tributo solo simbolicamente, posando la mano sul ventre della novella sposa. Un film da vedere per chi è interessato al periodo. Risale al lontano 1993.

Proprio per la bellezza di Magnificat mi meraviglio della bruttezza de "i cavalieri che fecero l'impresa". Già la scelta dell '"attore" Raoul Bova come uno dei protagonisti (un fabbro che fa un patto col diavolo) lascia senza parole, ma a prescindere dagli attori è la storia che proprio non va. E' un film confuso, senza logica, dove si da' più importanza al fantasy (il patto col diavolo , le magie..) e agli stereotipi sul medioevo che alla storia. Per non parlare delle truculente scene di frattaglie umane mangiate da animali. Un film da evitare.
giovedì, 24 febbraio 2005
LLIBRE VERMELL DE MONTSERRAT

Gli umili pellegrini, consumando le membra penitenti attraverso i lunghi e rischiosi cammini per raggiungere le reliquie dei santi più importanti della cristianità medievale, hanno lasciato un'eredità fatta di canti e danze che l'ecclesia mai più avrebbe ascoltato attraverso simili tripudi dopo la fine del millennio medioevale. Il Llibre Vermell è uno dei più antichi e preziosi codici tramandati dalla fede dei pellegrini trasformata in canto. Questo fu riscoperto nella seconda metà del XIX secolo, quando il monastero dove risiede tutt'ora il codice, Santa Maria di Montserrat, fu distrutto nelle guerre napoleoniche e deve il suo nome alla rilegatura rossa che lo avvolge. Il manoscritto risale al XIV secolo, e riporta le notazioni e i testi, filologicamente preziosi per il catalano dell'epoca, di canti intonati dai pellegrini in onore della Vergine Nera del santuario del Montserrat , fondato nell'XI sec, inerpicato sui monti della costa catalana. L'autore è anonimo ma il copista ci racconta ..."Quando i pellegrini vegliano nella chiesa della Vergine maria di montserrat, essi sono pervasi dal desiderio di cantare e di danzare. Poichè è ammesso il solo canto di canzoni oneste e pietose, alcuni canti appropriati saranno dunque qui annotati..." raccomandandosi perciò di evitare licenziosità e simili. La danza dunque, l'accendersi del fervore e della gioia , il tripudio della festa, le suppliche, le lodi e la stanchezza del viaggio. Questi gli elementi dei dieci canti più belli che i pellegrini abbiano mai cantato e danzato .
l'antifona O Virgo splendens
il bellissimo tripudio della ballata catalana Los set goyts
la dolcissima Stella splendens
la pacata Laudemus virginem/Splendens ceptigera
la litania Cuncti simus concanentes
la dolorosa Mariam Matrem Virginem
la suggestiva preghiera Imperayritz de la ciutat joyosa
la semplice Polorum Regina
ed infine l'allegra danza macabra Ad mortem festinamus
sarà perchè è stato la mia prima scoperta "medievale" o forse perchè l'avrò ascolato troppo spesso, ma il llibre vermell credo possa rappresentare senza dubbio l'immagine dell'uomo medievale nelle sue contraddizioni e nella sua essenza. Tra quelle che conosco lo scettro dell'esecuzione migliore di questi brani va al semisconosciuto ensamble Theatrum Instrumentorum, che incide i pezzi nel lontano 1993 e che produce l'album nel 97. Anche Jordi Savall con gli Hesperion si concede al Libre senza ottenere lo stesso risultato. I Micrologus al contrario interpretano i pezzi in maniera sublime, soprattutto Stella Splendens. Tuttavia quest'ultima e cuncti simus sono rese stupendamente dagli Orientis Partibus. Anche Branduardi da' una sua interpretatione di due pezzi del codice: Los set goyts e Imperayritz della ciutat joyosa, dall'esito molto positivo ...
Attendo altre rivisitazioni.
lunedì, 21 febbraio 2005
Ornato di gran pregio e di valenza
e risplendente di loda adornata,
forte mi pregio più, poi v'è in plagenza
d'avermi in vostro core rimembrata
ed invitate a mia poca possenza
per acontarvi, s'eo sono insegnata,
come voi dite c'a[g]io gran sapienza;
ma certo non ne son [tanto] amantata.
Amantata non son como vor[r]ia
di gran vertute né di placimento;
ma, qual ch'i' sia, ag[g]io buono volere
di senire con buona cortesia
a ciascun ch'ama sanza fallimento:
ché d'Amor sono e vogliolo ubidire.
domenica, 20 febbraio 2005
Eginardo,insigne storico franco, narra delle molte mogli, concubine e amanti di Carlomagno : 1) Imiltrude, prima sposa illegittima da cui nasce Pipino il gobbo; 2)segue la principessa dei Longobardi, figlia di Desiderio, da tutti conosciuta come Ermengarda per colpa di manzoni, sposata esclusivamente per cercare in Desiderio un alleato contro il fratello Carlomanno; 3) morto Carlomanno Desiderio non gli serve più e ne ripudia la figlia per sposare Ildegarda , nobile sveva che mette alla luce 9 figli e che muore prematuramente (di parto immagino!!); 4) è la volta di Fastrada, nobile franca , anche lei muore presto dopo avergli dato due figlie 5)infine Liutgarda , nobile alamanna, che gli genera dei figli destinati a morire presto, come la madre. Queste furono solo le spose conosciute dai più, ma Eginardo non manca di informarci anche sulle donne avute dopo Liutgarda : Madelgarda (1 figlia), Gersvinda (1 figlia), Regina (2 figli), Adalinda (1 figlio). E questo ci fa presumere che sicuramente ,durante i vari matrimoni, Carlo non sia stato certo fedele ad una sola donna.
I pomeriggi domenicali sono sempre molto tediosi, e questo lo è stato più di tutti per il semplice motivo di aver passato il mio tempo ad aiutare il mio maturando fratello alle prese con un invasato manzoni, e allora, sparsa le trecce morbide sull'affannoso petto, gli ho spiegato l'adelchi. Ermengarda muore di dolore, la poverina viene abbandonata dall'amato signore ecc ecc... fiumi di parole sono stati scritti su questa sconosciuta eroina tanto amata dal romanticismo. Inutile dire che Ermengarda è un nome inventato dal signor alessandro che in un momento di spiccata enfasi ha deciso che l'ispirazione DIVINA gli stesse "ispirando" un nuovo personaggio patetico. Di questa donna ripudiata non sappiamo nulla e nessuna fonte degna di fede ce ne parla. Però sappiamo che il matrimonio tra i germani era qualcosa di estremamente poco ufficiale ed essere ripudiate era una consuetudine abbastanza ricorrente per le donne , per questo motivo credo che questa fanciulla fosse molto meno patetica e molto meno eroina di come sia poi giunta a noi. Mi riesce difficile pensare ad una donna rinchiusa in un monastero che si consuma d'amore per uno sconosciuto donnaiolo. O magari già nell'ottavo secolo le donne manifestavano tanta stoltezza dimostrando così di non esser mai progredite nell'intelletto? Fatto sta che Pasquale III, antipapa succube del Barbarossa, fece proclamare Carlomagno santo.
mercoledì, 16 febbraio 2005

O ti che serve a Dio del bon core
Non avire pagura a questo ballo venire.
Ma alegremente vene e non temire.
Poi chi nase elli convene morire
martedì, 15 febbraio 2005
Sfrutto questo blog per fare un saluto alle mie silenziose, ma credo presenti, colleghe del "triumvirato", compagne in impossibili catalogazioni di cocci bastardi, ricercatrici semirassegnate di ogni possibile pubblicazione che riguardi la ceramica acroma, caudine camminatrici instancabili quanto coraggiose che non si fermano nemmeno davanti al ringhio di un cane nè davanti alla remota possibilità che da un cunicolo buio e fangoso possa uscirne qualcosa. Alle impenitenti lettrici di oscure mappe che passano i loro mercoledì a classificare a sporcarsi le mani con la china, faccio l'augurio di trovare Saticula, tra qualche decennio!!!
A domani!!!
lunedì, 14 febbraio 2005

In un clima di nebbie tinte di rosso di una giornata dedicata agli amanti del terzo millennio, è d'obbligo ricordare l'amore che si consumava novecento anni fa ...
... Tu sai, mio amato, e tutti lo sanno, che cosa ho perduto perdendo te e come quella disgraziata storia e quel tradimento noto a tutti abbiano strappato insieme a te anche me a me stessa , e come il mio dolore sia incomparabilmente maggiore per il modo in cui ti ho perduto, più che per la perdita stessa. E poi, più è grande il motivo per cui dolersi, più grandi devono essere i rimedi per consolarlo, e non devono venire da alcuno se non da te; e poichè tu solo sei la causa del male, tu solo puoi guarirmi. Tu sei il solo, infatti, che possa rattristarmi, e l'unico che possa allietarmi o consolarmi. E sei anche il solo a doverlo fare, soprattutto adesso che ho fatto tutto quello che tu mi avevi comandato, tanto che, non volendo in alcun modo recarti dispiacere, sono arrivata a perdere me stessa. E c'è ancora di più , il mio amore mi ha condotto a tale follia che ha allontanato da sè ,senza speranza di riaverlo mai più, l'oggetto del suo desiderio, quando per obbedirti ho cambiato l'abito e il cuore nello stesso tempo, per dimostrarti che tu sei l'unico padrone del mio corpo e della mia anima ...
L'amore più contrastato che il XII secolo abbia mai vissuto: dalle dissertazioni filosofiche alla castrazione di un amore in cui carne e spirito non hanno saputo scindersi bensì trasformarsi in passione e dolore. Dal desiderio dei sensi nel buio di una stanza, alla volontà di dimenticare nel buio di un monastero. Abelardo ed Eloisa
mercoledì, 09 febbraio 2005
Rouen 1431. Giovanna è interrogata dal vescovo Cauchon, si tenta di tutto per indurla a parlare, ad abiurare. La si minaccia con la vista degli strumenti di tortura, Giovanna sviene, piange e chiede di comunicarsi. Rasata, lacrimante e debilitata dai salassi firma l'abiura sotto le pressioni di Cauchon per salvarsi dal rogo, ma subito ritratta. Giovanna viene arsa dopo aver ricevuto l'ostia; e la folla preme ...
Difficile in poche parole rendere omaggio al capolavoro muto (1928) di Dreyer e all' indimenticabile attrice che impersona Giovanna . Tratto dai veri atti del processo di Giovanna D'arco il film ha una storia travagliata alle spalle, difatti l'originale andò distrutto in un incendio e Dreyer cercò di ricomporlo con le scene tagliate , tuttavia quello che ne uscì fu un capolavoro "medievale". Negli ultimi anni una copia dell'originale è stata ritrovata miracolosamente e i parigini oggi possono godersela al cinema d'Essai, a differenza di noi italiani. I primi piani di Renee Falconetti sono meravigliosi, la scene dello svenimento e del salasso restano memorabili come quella della rasatura. Ma gli indimenticabili occhi dell'attrice esprimono davvero quel senso mistico e doloroso che la ragione allontana, quel filo sottile tra la paura e la fede. Giovanna D'arco, paladina di Francia, pulzella d'Orleans, l'orfana di Reims, e vile meretrice del diavolo per Shakespeare , chissà Dante dove l'avrebbe collocata.
lunedì, 07 febbraio 2005
"O voi che per la via d'Amor passate
attendete e guardate,
s'elli è dolor alcun, quanto 'l mio, grave"